Galleria Virtuale


L'ALBUM DELLA REGINA


Dopo il 1852 e prima del 1859 (anno della sua morte) il re Ferdinando II decise di fare dono alla regina Maria Teresa di un Album artistico con una raccolta mista, come era in uso, di testi letterari e lavori di vari pittori sotto la probabile regia di Pasquale Mattej. Che fosse il re il donatore e non gli artisti ci viene testimoniato dalla presenza sulla copertina dell'Album di un ovale con il ritratto ad olio di Ferdinando II, di anonimo, quasi a sottolineare il carattere tutto personale del dono, segno tangibile dei legami affettivi fra i due Reali. E' noto come il re - a differenza che con la prima moglie la regina Maria Cristina di Savoia morta a ventiquattro anni nel 1836 dopo aver dato alla luce l'erede al trono, Francesco - fosse legato alla sua seconda moglie, Maria Teresa d'Austria da lui soprannominata Tetella, da un affetto sincero e duraturo, suggellato da ben undici figli.
La data post quem della raccolta, il 1852, si ricava da un disegno di Raffaele D'Auria con un Pastorello "dal vero", contenuto nell'Album. In realtà, in base alle date dei pezzi che sono tutte fra il 1849 e il 1852, l'Album non può discostarsi troppo dal 1852, arrivando tuttalpiù al 1855, ossia l'anno successivo alla promulgazione del dogma dell'Immacolata Concezione (8 dicembre 1854) da parte di Pio IX con l'enciclica Ineffabilis Deus. In effetti nella raccolta è presente un dipinto non datato di Luigi Postiglione che raffigura la Vergine Immacolata mentre le si inchinano devoti il Papa e Ferdinando II; il dipinto non è di grande qualità, ma è senza dubbio interessante sotto il profilo iconografico poiché ribadisce la centralità del culto mariano sotto i Borbone: Maria vincitrice del male sembra addirittura sovrastare l'autorità della Chiesa (rappresentata dal Papa) e quella del Re (abbigliato come Cesare, per indicare il potere temporale nella sua accezione più generale). Ai fini della datazione, tuttavia, questa presenza non è vincolante e non necessariamente va messa in connessione alla promulgazione del dogma, poiché il culto dell'Immacolata è antichissimo, e molto diffusa e radicata la sua iconografia con i simboli della mezza luna, del gesto di schiacciare il serpente con il piede, della corona di stelle ecc., anche prima del dogma; anzi, in un certo senso, è stata la pressione del culto a indurre il Papa ad emanare la famosa enciclica. Tuttavia, data l'importanza del dogma, non si può nemmeno escludere un richiamo consapevole ad un argomento di attualità nel mondo cattolico. In effetti alla mostra del 1855 compariva un dipinto analogo a firma di Carlo La Barbera, un po' più complesso iconograficamente per la presenza anche dei Santi Pietro e Paolo protettori della Chiesa e di San Gennaro e Santa Rosalia protettori dei regni di Napoli e della Sicilia. La probabile data del 1855 viene poi confermata anche dalla presenza fra gli autori di Federico Maldarelli in qualità di pensionato, e noi sappiamo che risultava tale proprio in quell'anno.
Tornando all'Album, questa abitudine di confezionare e di regalare tali collezioni portatili si era propagata in Europa, come è noto, in ambienti aristocratici, e via via anche borghesi, intorno agli anni '25-'30 dell'Ottocento, per lasciare poi il posto alla diffusione dei più economici e "democratici" "Albi" e "Almanacchi" a stampa, che tentavano di riprodurre lo stesso assemblages di immagini disparate, di testi scritti e di curiosità degli Album romantici realizzati "a mano". In Italia l'uso continua fino a tutti gli anni '40 ed anche oltre; pertanto la raccolta che andiamo ad esaminare appare un esempio decisamente tardo - rispetto al panorama europeo - e, per questo forse, mitigato proprio nei suoi aspetti romantici e femminili più vistosi.
L'Album si apre con la dedica "A S.M. La Regina del Regno delle Due Sicilie" inserita dentro un fregio barocco di grande effetto decorativo. Artefice di tali ornati è il barone Pasquale Mattej, il quale è anche il sicuro autore di due disegni su carta seppia non firmati relativi alla visita a Napoli di Pio IX, Papa notoriamente legato ai Borbone, presso i quali si era rifugiato a Gaeta dopo i moti del 1848. I due disegni rappresentano lo Sbarco di Pio IX a Napoli e la Benedizione di Pio IX alla popolazione dal Palazzo Reale di Napoli il 16 settembre 1849. Di Mattej conosciamo, con riferimento alla venuta a Napoli del Papa, anche il dipinto con Lo sbarco di Pio IX al Granatello di Portici, mentre con il secondo tema esiste, invece, un dipinto di Antonio Vespa conservato nel Palazzo Reale di Caserta, insieme ad un pendant con la Benedizione di Pio IX alle truppe, con lo stesso punto di vista del disegno di Mattej, salvo un leggero spostamento laterale che gli fa tagliare un pezzo di porticato della basilica di S.Francesco di Paola divenuto quinta scenica. Rispetto al vivace disegno lumeggiato di Mattej la resa dei dipinti di Vespa è più statica e fredda, mentre la prospettiva ancora settecentesca da lui adottata, con un punto di vista lievemente rialzato, dà alle scene un effetto di "campo lungo" che finisce con alterare le reali dimensioni della piazza, così come avviene in fotografia con il grandangolo. E' sintomatico della diversa e più moderna attitudine illustrativa di Mattej il fatto che abbassi il punto di vista e finisca col concentrarsi sulla folla di popolani e borghesi in primo piano. Mattej ha inoltre provveduto a realizzare anche le decorazioni e l'impaginato dei fogli iniziali dell'Album contenenti due poesie: La Divina Provvidenza di Filicaja e La famiglia del Marinaro, una romanza di Pasquale Borrelli.
L'Album, prezioso anche nella legatura, era ricoperto di velluto rosso amaranto con decorazioni in bronzo dorato realizzate con il sistema elettrolitico così come si apprende da una scritta apposta all'interno della chiusura: "Eseguito colla corrente elettrica per Francesco Hejdrich legatore di libri. Napoli".
La raccolta è estremamente rappresentativa dei rapporti personali e di committenza che legavano questo gruppo di artisti alla Casa Reale e costituisce una conferma della politica di acquisti che il Re faceva in occasione delle mostre ufficiali. Non sono pochi i pezzi collegati direttamente alle opere esposte nelle Biennali borboniche, come vedremo, ma la raccolta non sfugge alla caratteristica di tutti gli Album romantici, ossia quella di essere un oggetto di fruizione essenzialmente "privato". Per quanto di notevole mole nel suo insieme, (cm 39 x 53) l'Album poteva essere trasportato e goduto da un solo spettatore per volta disposto a sfogliare i più di settanta pezzi di "piccolo" formato in esso contenuti.
Coerentemente con la sua caratteristica di Album, la raccolta è volutamente eterogenea, sia nelle tecniche adottate dagli autori (dal disegno, all'acquerello, alla tempera, all'olio), sia nei generi rappresentati (il ritratto, la pittura di storia e quella religiosa, il paesaggio e, in misura minore, i soggetti di "genere" e la natura morta). E' il principio della "varietà" ad essere sovrano, mentre il dato unificante è fornito proprio dal destinatario, ossia la regina, e dai legami che la uniscono tanto al ¬donatore che agli artisti.
Non a caso una presenza quantitativamente (oltre che qualitativamente) forte è quella di Salvatore Fergola, annalista del Re, e qui rappresentato da una serie di ben dieci paesaggi in cui dବ sfoggio della sua bravura cimentandosi con la resa pittorica di tutte l¬e condizioni meteorologiche e di tutte le ore della giornata. L'impostazione generale e il vasto respiro sono ancora quelli del "paysage classique", nella distribuzione delle masse arboree e dei rapporti fra primo piano e sfondo, ma con un ricordo preciso, sulla scia dell'insegnamento paterno, della matrice hackertiana nel punto di vista "a volo d'ucc¬ello", nell'insistenza sugli elementi vegetali - sia pure senza la pedanteria botanica del grande paesaggista tedesco -, nella pacata luminosità delle tempere a lume diurno. Ma i paesaggi per cui Fergola andava famoso erano quelli in cui indagava gli effetti spettacolari e fiammeggianti del tramonto o i primi tenui bagliori aurorali, i naufragi e le tempeste, con i loro effetti pittoreschi e sublimi insieme. Vari titoli di sue opere documentate nelle Esposizioni borboniche potrebbero essere adattati ad alcuni paesaggi presenti nell'Album: Mare in tempesta (acquistato dal re nel 1845) o Studio di mare in tempesta, esposto nel 1851; Folto bosco al tramonto del sole (acquistato dal re per 300 ducati ancora nel 1851); Paesaggio di composizione con effetto di sole nascente, esposto nel 1851.
Due dei suoi paesaggi replicano con molta probabilità due opere che erano già state esposte: Marina di Capri a chiaro di luna con un battello in cui dorme un marinaro (acquistato dal re per 200 ducati in occasione della Mostra del 1843) e La preghiera della sera, presentata nell'Esposizione del 1848 e documentata in catalogo (al n.401) con la seguente descrizione: "Contadini e contadine adorano la statua della SS.Vergine col Bambino, eretta in mezzo ad una campagna ed innanzi ad un Monistero. Paesaggio di composizione". A Salvatore si affianca il figlio Francesco con un raffinato e accurato paesaggio vicino alle sue cose più "posillipiste".
Anche se in Italia, a differenza che in Inghilterra, non si è radicata una grande tradizione di rappresentazioni "mariniste",il tema dei "naufragi", grazie al successo di Fergola, insieme a quello dei porti e dei vari delle grandi navi - dovuti soprattutto a Giovanni Serritelli, Pasquale Mattej e Pasquale De Luca -, ha avuto particolare fortuna. Fra gli artisti che vi si cimentarono ricordiamo un inglese, Seaforth, che dipinse varie opere per i Borbone (ora a Napoli, Palazzo Reale), Raimondo Scoppa (autore almeno di un dipinto esposto nel 1851, Due navigli agitati dalla tempesta), Edoardo De Martino che ha lasciato testimonianze della sua abbondante produzione in molte parti del mondo, compresa l'America Latina, ed altri meno noti come Rodrigo Fiorelli - fratello del famoso archeologo Giuseppe Fiorelli, citato fra gli allievi del Pitloo e presente in alcune Biennali -, Luigi Tozzoli, autore di un Naufragio nell' Album della Regina e presente in varie Esposizioni borboniche, Gaetano Caracciolo che ha firmato un dipinto dello stesso Album e che è ampiamente documentato nelle Biennali borboniche con opere di questo soggetto dal 1833 al 1851. Nel 1851 presentò tre quadri che forse possiamo identificare in via ipotetica con tre soggetti dell' Album, uno firmato e due anonimi, ma attribuibili alla sua mano: Legno da guerra (al n.143 del cat.), Flottiglia agitata dalla tempesta (al n.183 del cat.), Lancia e legno mercantile agitati da tempesta (al n.594 del cat.). Quest'ultimo corrisponderebbe a quello firmato; gli altri due così come figurano nell'Album a tutta prima sembrano di autori differenti, ma ad un'analisi più accurata possono essere ricondotti alla stessa mano; le difformità sono determinate dalle diverse convenzioni linguistiche adottate nei tre casi in relazione ai diversi soggetti: stato di quiete e descrizione della nave con i suoi armamenti, tempesta all'imbrunire, tempesta di giorno. Si rilevano analoghe differenze anche nella produzione di un Serritelli e in fondo anche in quella dello stesso Salvatore Fergola, se poniamo a confronto diretto uno dei suoi naufragi con un paesaggio in quiete.
Fra i generi rappresentati quello del "paesaggio" interessa circa la metà dei lavori riuniti nell'Album. Tale presenza era certamente un segno dell'affermazione ormai raggiunta da questo genere di pittura a metà secolo, ma era anche collegata al carattere precipuo degli Album, sede privilegiata di raccolta di memorie; e quale memoria più significativa dei luoghi cari, soprattutto se incantevoli, come i paesaggi di Napoli e dintorni?
Certamente con questa funzione compaiono nell'Album in questione i due acquerelli di Giacinto Gigante: Pompei. Via dei Sepolcri (soggetto ripreso nel 1862 per il dipinto ora a Napoli, Museo di San Martino, con una inquadratura diversa, più obliqua rispetto alla via) e il Paesaggio di Cava de'Tirreni (firm.e datato 1850) che riproduce con una lieve variante nell'inquadratura e nei personaggi - più numerosi - la stessa località dell'olio appartenente ad una collezione privata a Marano, in provincia di Napoli. Gigante è presente solo con questi due dipinti, così come i Carelli, Duclère, Franceschini, Micheroux, ossia i migliori rappresentanti della Scuola di Posillipo, vi figurano con uno-due pezzi massimo ciascuno. Di Nicola Palizzi, notoriamente legato alla Casa Reale, purtroppo non c'è neanche un pezzo, anche se nell'assetto originario dell'Album doveva essercene almeno uno, dal momento che il suo nome compare nell'elenco generale degli artisti presenti nella raccolta. Tale elenco era rilegato nell'Album subito dopo la dedica alla regina, ma è andato disperso insieme ad un certo numero di opere che risultano certamente mancanti. In realtà una traccia dell'Elenco dei disegni contenuti nell'Album è rimasta impressa a rovescio sul retro del foglio contiguo. Ed è proprio da tale traccia che si ricava l'informazione che alcuni autori mancano, mentre per converso altri risulterebbero in più. Questa seconda circostanza si spiega con il fatto che l'elenco doveva continuare su un secondo foglio di cui non abbiamo nessuna traccia. Attualmente i pezzi sono poco più di settanta, mentre in origine dovevano essere di più.
Di Raffele Carelli troviamo nella raccolta una scena di "genere" a soggetto brigantesco che potremmo intitolare: La famiglia del brigante (disegno parzialmente colorato, firm.e datato 1850); mentre i figli Gabriele e Gonsalvo figurano qui rispettivamente con un Pescatorello pensoso in riva al mare e con due acquerelli (un bel Paesaggio di Sorrento con la casa del Tasso ed un altro napoletano, tipico nell'impostazione generale, nell'inconfondibile sfondo con il Vesuvio, nei pescatori che animano la veduta, datato 1850). Incontriamo poi Teodoro Duclère con un disegno rilevato a biacca di una rara veduta di Maddaloni (datata 1850) e con una raffinata tempera di un Paesaggio con una costa non meglio identificata inquadrata da lontano attraverso un primo piano e delle quinte di alberi e cespugli.
Presenza più rara e perciò più interessante è poi quella del Cav.Giacomo Micheroux, il noto dilettante affiliato alla Scuola di Posillipo, della cui produzione purtroppo conosciamo troppo poco, e quel poco consiste soprattutto in disegni conservati nella collezione Ferrara Dentice presso il Museo di San Martino e presso il Museo di Capodimonte. L'olio ora emerso con una Veduta con ponte potrebbe essere in relazione ad uno dei due dipinti presentati alla Biennale borbonica del 1851 con lo stesso titolo (n.559 del cat.; l'altro al n.555 aveva il titolo generico di Paesaggio). Di Micheroux doveva esserci nell'Album un secondo paesaggio, andato purtroppo disperso.
Sotto il nome di Vincenzo Franceschini troviamo nella raccolta due disegni (di cui uno solo firmato e datato 1851) di grande qualità. Tali disegni - l'uno su carta seppia, l'altro su carta azzurra - si riferiscono alla stessa località, Veduta del Monastero di S.Michele nella R.e tenuta di Monticchio in Basilicata, e sono solo parzialmente colorati, in modo da dare una particolare evidenza plastica ai personaggi rispetto al fondo monocromo del paesaggio, secondo un uso ricorrente nei "posillipisti". La scelta del luogo da ritrarre è probabilmente in rapporto alle note inclinazioni devozionali dei Reali, conciliate qui con un genuino intento paesaggistico rivolto ad eternare nella memoria la serena pace religiosa di luoghi remoti appartenenti alle tenute reali.
Fra i paesaggi di composizione, oltre quelli di Salvatore Fergola, ne figurano altri tre, un disegno del 1851 di Achille Solari, appartenente alla scuola di Paesaggio di Smargiassi, uno ovale di Carrillo, di impronta smargiassiana anch'esso nelle tonalità e nell'impostazione compositiva (olio su carta, firm.e datato 1850) ed un altro, sempre ad olio, di Smargiassi cui non stonerebbe il titolo di un suo dipinto esposto nel 1851, Effetto di sole cadente (al n.266 del cat.). Meraviglia che di Smargiassi, professore d'Accademia e legato alla Casa Reale da committenze dirette e per via di acquisti da parte del re, ci sia un solo pezzo contro i dieci di Salvatore Fergola. In compenso era ben rappresentata la sua scuola, cui apparteneva anche Domenico Ammirato, che firma un ovale con un paesaggio probabilmente di composizione con effetto notturno. Ammirato, pittore di non grande estro, ma di particolare accuratezza, aveva nella sua produzione, secondo gli insegnamenti smargiassiani, anche paesaggi dal vero, come quelli esposti nelle mostre del 1848, del 1851 e del 1859 (Posillipo e Mergellina dalla via Crucis di S.Maria in Portico, al n.371 del cat.del 1848; Veduta di Napoli da Capodimonte al tramonto del sole, al n.40 del cat.del 1851; Veduta del Tempio di Venere a Baia, al n.18 del cat. del 1859).
Il genere di paesaggio totalmente assente nella raccolta che stiamo esaminando è invece quello "storico", ritenuto evidentemente di carattere troppo aulico per una sede privata e femminile per eccellenza come l'Album. A questa sede convenivano invece delle presenze artistiche femminili anch'esse, per lo più di dilettanti, talvolta anche nobili, come la fine miniaturista Bianca dei conti di Anguissola di San Damiano, che troviamo documentata nelle Biennali borboniche dal 1826 al 1845 e che nella raccolta firma un finissimo Ritratto di vecchia, Antonietta Corsi di Curri, di cui per ora non si hanno notizie, che è autrice nell'Album di un disegno garbato di un paesaggetto con edifici rurali (datato 22 agosto 1851) e Giuseppina Girosi, presente con un disegno rilevato a biacca di una Pietà di impronta ancora classicistica. La Girosi era sorella del più noto Giovanni Girosi, padre anche del miniaturista Alfredo che si affermò nella seconda parte del secolo, nonché nonno di Franco Girosi; anche Giovanni Girosi è presente nell'Album con una tempera acquerellata che raffigura Nostro signore benedice i fanciulli, il cui soggetto coincide con quello del dipinto - rimasto poi famoso nel suo percorso - esposto nella mostra del 1851, dove interviene anche con tre Ritratti, due a mezzo busto di un Brigadiere in unifome e di una donna ed un terzo di un uomo in uniforme seduto.
Il genere del "ritratto" viene rappresentato nell'Album, oltre che da Bianca Anguissola, anche dal professore della Scuola di Incisione del R.Istituto di Belle Arti di Napoli, Tommaso Aloysio Juvara con un Ritratto di fantasia, dall'incisore Luigi Moltedo, presenza rara, - che firma un Ritratto dell'Arciduca d'Austria Carlo d'Asburgo (padre della regina) con l'uniforme che vestiva in epoca napoleonica - e da un nobile dilettante Francesco Paolo Zezza, con un Ritratto muliebre a mezza figura (ne aveva tra l'altro esposto uno nel 1851).
Fra i generi che incontriamo nell'Album una presenza limitatissima hanno gli "interni", di cui si segnalano solo due opere, un Interno della chiesa di Santa Rosalia a Palermo di Achille Vianelli (firm. e datato 6 luglio 1850) e un Chiostro firmato da un artista sconosciuto, C.A.Ciuli, due rappresentazioni connotate da un carattere eminentemente descrittivo, ben lontano dalle atmosfere magiche degli interni romantici secondo un gusto troubadour, di solito frequente negli Album, ma a quella data definitivamente tramontato.
Ancora più esigua la presenza della "natura morta", registrata in un solo piccolo olio di Gennaro Guglielmi, artista presente in molte Biennali borboniche e ben rappresentato nelle collezioni reali. La Cacciagione che incontriamo nell'Album è, tuttavia, di una qualità superiore a quella dei suoi dipinti noti per la particolare acutezza neosecentesca della resa ottica. Tra l'altro tale opera consente di attribuirgli con sufficiente sicurezza un'altra interessante natura morta con Cacciagione non firmata (Napoli, coll.priv.), più grande nel formato, ma molto simile nell'impostazione, nelle gamme cromatiche e nel modo di rendere piume e pelo degli animali morti.
Altrettanto limitata quantitativamente è poi la pittura di "genere" (solo i due pezzi già citati di Raffaele Carelli e di Raffaele D'Auria), mentre sono del tutto assenti alcune tematiche tipiche degli Album romantici, soprattutto se femminili, come quella dei fiori o talvolta delle farfalle; forse la chiave di queste assenze sta nel fatto che a curarne la realizzazione sia stato il re, notoriamente alieno da leziosaggini.
Un genere, invece, molto ben rappresentato insieme al "paesaggio" è quello della pittura di "storia", di impronta accademica, comprendendo in essa anche quella religiosa e letteraria. Data la sede, tale pittura è stata espressa soprattutto attraverso disegni e bozzetti, più adatti ad essere resi nel piccolo formato. E' soprattutto qui che incontriamo gli artisti "professori onorari" del Real Istituto di Belle Arti di Napoli, e su tutti spicca per numero di opere Michele De Napoli. Questi firma sette disegni di cui quattro rappresentano le Prediche di Gesù, caratterizzate dalla medesima impostazione aulica con sfondi di severe architetture appena delineate ed un gran numero di personaggi memori negli atteggiamenti della Scuola di Atene di Raffaello; la larghezza dell'impianto li farebbe supporre in relazione a degli affreschi, che tuttavia finora non si sono rintracciati. Degli altri disegni ricordiamo quello con San Francesco portato in cielo dagli angeli, su carta seppia - di non grande qualità, ma significativo del noto legame devozionale dei Borbone al santo, il disegno su carta seppia con Giobbe malato sul letamaio deriso dalla moglie e dagli amici e il disegno infine con La città di Napoli condotta per mano dalla Riconoscenza innanzi il genio di Ferdinando II Borbone; quest'ultimo è realizzato quasi a puro contorno con poche e leggerissime ombreggiature ed una composizione che sembra derivare dall'antica pittura vascolare greca, in uno stile quindi ancora pienamente neoclassico, nonostante la data ormai molto tarda, ma che si giustifica con il carattere allegorico della rappresentazione.
Dei due fratelli Postiglione, Raffaele e Luigi, troviamo nell'Album due opere ciascuno che ci dimostrano efficacemente la diversità di orientamento, pur all'interno di una comune impostazione accademica: Raffaele nelle Pie donne al sepolcro e nello Sposalizio della Vergine presenta un disegno tagliente, dei rilievi a biacca che sottolineano un forte plasticismo ed una larghezza di forme che portano il segno dei lunghi studi su Poussin e Raffaello; Luigi, invece, si dimostra incline a pastosità coloristiche neovenete tanto nel disegno dai rilievi a biacca di intenso pittoricismo rappresentante Nostro Signore calma i tempestosi flutti del mare - in relazione con il dipinto di identico soggetto esposto nel 1851-, quanto nell'olio con L'Immacolata Concezione mentre le si inchinano devoti il Papa e Ferdinando II, che come composizione sembra ricordare gli schemi ricorrenti nella pittura controriformata, ad esempio di Scipione Pulzone.
Interessanti sono anche i pezzi dei due Maldarelli: di Gennaro, il padre, c'è un bozzetto ad olio con Gesù fra i pastori e due disegni del 1851 con lievissime lumeggiature, di cui si può individuare uno dei due soggetti, La morte di Socrate, mentre l'altro potrebbe rappresentare, data l'ambientazione orientaleggiante e la presenza di un re e di una regina, Salomone e la regina di Saba, anche se non mancano incongruenze, ad esempio negli abiti che sembrano medievali. Di Federico Maldarelli, allora ancora in fase di formazione accademica sulle orme del padre (nel 1855 avrebbe vinto il pensionato), è presente un bozzetto modesto, ma garbato, del Sacrificio di Isacco nel momento - più raro iconograficamente - in cui a Isacco, su indicazione del volere di Dio, è stato sostituito un agnello.
Ancora modeste sono le prove di Nicola Sessa e di Giovanni Salomone (29), autori il primo di un tondo con La Carità o La Provvidenza (come è detto nell'elenco), che a suo discapito ricorda gli illustri precedenti manieristici, come quelli di Rosso Fiorentino, ed il secondo di un Annuncio da parte dell'Angelo ad un santo o più probabilmente ad un personaggio biblico non ancora identificato; debole è anche la resa del dipinto ad olio con Abacuc portato in cielo dall'Angelo perché vada a salvare Daniele nella fossa dei leoni, realizzato per mano di Gennaro Ruo. L'opera è interessante per l'iconografia, decifrabile con sicurezza grazie al particolare gesto dell'angelo di trasportare Abacuc tenendolo per i capelli e grazie alla cesta delle provviste, segno distintivo di Abacuc che, secondo il racconto biblico, la fece cadere nella fossa dei leoni consentendo a Daniele di salvarsi.
Di qualità superiore sono, invece, il disegno lumeggiato di Giuseppe Bonolis con Rebecca e Giacobbe al pozzo del 1850 ed il bozzetto firmato da Giuseppe Mancinelli con un Angelo della Pace visto in prospettiva dentro un tondo, contornato da una cornice in rilievo dalla sagoma barocca, in finto legno. Qui si apprezza la sicurezza del disegno, insieme alla pennellata pastosa ed al sapiente contrappunto coloristico, qualità tutte, queste, maturate sulla base della sua formula eclettica ed accademica per eccellenza, che era stata di fondamentale importanza nella formazione di Morelli. Interessante per qualità pittoriche appare poi un bozzetto non firmato con uno dei pochi temi letterari presenti in questa raccolta, ed esattamente una scena tratta dai Promessi Sposi. Da parte mia posso provare a suggerire che si tratti del bozzetto di un dipinto di Michele Foggia, esposto nel 1839 (n.135 del cat.), quando l'autore era già professore onorario, dal lungo titolo descrittivo che sembra calzare a pennello alla nostra scena: Lucia in ginocchio ringrazia l'Innominato. Egli la consegna a Don Abondio e ad una donna di garbo per restituirla alla madre. Poiché come, abbiamo già rilevato, nell'elenco era presente un artista il cui nome finiva con "ggia", autore di un dipinto in cui figurava "Lucia", questa proposta acquista una particolare consistenza.
Gli altri soggetti letterari presenti nell'Album sono di carattere e intonazione diversi: Vincenzo Morani è autore di una bella scena dal sapore ancora nazareno - memore degli affreschi di Veit e di Koch al Casino Massimo a Roma degli anni '20 - tratta dalla Divina Commedia, ossia l'incontro in Paradiso di Dante con Piccarda Donati (datato Roma, 27 dicembre 1851); Vincenzo Petrocelli, firma ormai divenuta rara, è autore di una garbata e romanticissima scena che potremmo intitolare Lezione di pittura e che, per la sua chiara ambientazione secentesca e per essere l'allieva una donna, ci ricorda almeno due storie, quella di Massimo Stanzione e di Annella De Rosa e l'altra, poi finita tragicamente, di Artemisia Gentileschi ed Agostino Tassi. In questo secondo caso la scena avrebbe colto un momento in cui Agostino, già invaghito di Artemisia, approfitta della lezione per starle da presso, ma non ha ancora compiuto l'oltraggio. Questi erano soggetti romanzeschi che in quegli anni, insieme a tanti episodi della vita dei pittori, riscuotevano un notevole successo. Era già nato da un pezzo l'interesse romantico per la vita "scapestrata" o "tragica" o "malinconica" dell'artista. Ora in questa fase tale interesse si colora di una frivolezza da feuilletton, favorendo la nascita in pittura e in letteratura quasi di un genere a sé stante all'interno del più generale capitolo della vita degli uomini illustri. Non a caso uno dei più accreditati autori di romanzi e novelle tratte dalle vite dei grandi artisti è stato Carlo Tito Dalbono, autore nel 1855 del testo Bizzarrie e passioni di artisti. Letterato, pubblicista e critico d'arte napoletano, il Dalbono era fautore di una nozione di "storia" a passo ridotto, più vicina alle esperienze quotidiane del lettore che sempre più spesso viene identificato nel lettore medio del giornale, ossia il borghese. Ma, anche ai fini della conoscenza delle qualità specifiche degli artisti, Dalbono riteneva che "gran parte di artisti manifestano la propria indole in alcuni fatti speciali della loro vita".
Rimane poi il caso problematico di tre tempere di grande qualità che riproducono fedelmente alcune decorazioni ad affresco di Pompei. Una sola è firmata "Gius.Abbate", che non può essere identificato con Giuseppe Abbati, figlio di Vincenzo, sicuramente nato nel 1836 e troppo giovane per la ripresa di queste decorazioni, anche se sappiamo che dal 1859 ha atteso anche lui a copie di tale genere. Esisteva, tuttavia, certamente un altro Giuseppe Abbate (e non Abbati), che troviamo presente nelle Biennali borboniche a partire dal 1830, anno in cui risultava "del R.Istituto di Belle Arti" ed esponeva La Santa Vergine col Bambino, copia da Raffaello (n.373 del cat.). In particolare troviamo nella sua produzione almeno tre tempere riproducenti affreschi pompeiani ed esattamente: Parete della casa così detta de' bronzi in Pompei e Parete del tablino della casa così detta de' capitelli colorati in Pompei, entrambe esposte nella mostra borbonica del 1837 (nn.290 e 297 del cat.); Parete esistente in Pompei nella casa così detta del tempio di Augusto, presentata nell'esposizione del 1845 (n.62 del cat.). E' molto probabile che sia questo il nostro autore.
Infine per concludere ci è rimasto un bel disegno non firmato, ma riferibile ad un quadro di Tommaso De Vivo, di cui è stato recentemente pubblicato un bozzetto finito, che io avevo genericamente intitolato Scena orientale. Ebbene il soggetto è ora chiaramente identificabile in base ad una minuta descrizione che compare ancora una volta nelle preziosissime fonti dei cataloghi delle Biennali borboniche: si tratta dell'opera a suo tempo famosissima, recensita sui vari giornali del tempo, La morte di Eudossia, esposta nel 1835 (n.8 dell'appendice al cat.), e qui riproposta in un disegno. La storia è questa: "Eravi fra gli esuli cristiani della città di Damasco, presa dal feroce Caled generale degli Arabi, la giovinetta Eudossia, la quale sposar doveva un nobile cittadino per nome Giona. Costui arrestato alla porta Keisan, e tradotto alla presenza di Caled, rinnega la fede di Cristo, e si fa Maomettano. La giovane sposa preferendo la sua Religione all'oggetto del suo amore, s'invola dalla città, e va a raggiungere i suoi genitori. Il perfido Giona, per ottenere la sua amante, consiglia Caled di inseguire i Damasceni: il generale vi aderisce, ed alla testa di quattro mila Arabi li raggiunge in una pianura, ove li taglia a pezzi. L'infelice Eudossia temendo di cadere nelle mani dell'apostata, s'immerge un pugnale nel seno. Giona riconoscendola in mezzo alla strage, balza dal cavallo e fra le sue braccia la stringe, mentre il crudele Caled sceso dal suo destriero mira con occhio di barbara indifferenza questa tragica scena. Grande quadro".
Rimane da chiarire come mai in un Album degli anni '50 Tommaso De Vivo presentava un disegno - o preparatorio o realizzato a posteriori per l'occasione - relativo ad un'opera di circa vent'anni prima: a parte la ripresa anche in altri autori di lavori precedenti, qui si giustifica con il particolare successo che all'epoca ebbe il dipinto. Inoltre il soggetto femminile, romantico ed edificante al tempo stesso, colorito dal tocco esotico dei costumi orientali, era particolarmente adatto ad una regina cattolica come Maria Teresa.

 

LINDA BONAJUTI

Nata a Venezia, la Bonajuti giovanissima sentì ilrichiamo della pittura e dopo i primi tentativiche già avevano avuto alti riconoscimenti daparte dei maggiori critici del tempo (da Angeli aConti a Ferdinando Paolieri, da Fausto MariaMartini a Cesario), essa si recò all'estero e lavorò per molti anni a Parigi e a Vienna; là, dalpost-impressionismo, dalla secessione viennese, dall'espressionismo germanico e dal fauvismotrasse i suoi modi espressivi. Ma LindaBonajuti, malgrado l'influenza che tante scuole abbiano potuto avere sulla sua arte, seppe soprattutto mantenere una sua linea creativa. Ha partecipato a diverse edizioni della Biennaledi Venezia. Sue mostre internazionali: Galeriedes Siècles e Galerie Durand-Ruel di Parigi, laWurthle di Vienna, il Comune di Venezia a CàGiustinian; opere presso: Galleria Nazionaled'Arte Moderna di Roma; Galleria Nazionaledelle Stampe, Palazzo Corsini, Roma; Gallerie Capitoline, Roma; Galleria Godowsky, New York…

 

 

Achille Carrillo (Avellino 1818 - Napoli 1880)

Laureatosi in legge, abbandonò gli studi giuridici per la pittura. Studiò con Smargiassi dal quale apprese le nuove formulazioni del paesaggio storico e di composizione. Con opere del genere spesso partecipava nelle mostre del R. Museo Borbonico di Napoli. All'indomani dell'Unità d'Italia espose varie volte nelle mostre della società Promotrice di Belle Arti di Napoli: nel 1862, alla prima, con Paesaggio-Costa di Posillipo denominato l'Anticamera, e un Paesaggio d'immaginativa (in cat. p. 4 num. 29, 32); nel 1866 con L'orto degli Ulivi (in cat. p. 8 num. 46). Alla Promotrice del 1870 fece parte dei consiglieri insieme con Tito Angelini e Federico Maldarelli, mentre il presidente onorario dell'esposizione era il Principe Umberto, il presidente fattivo Morelli, il revisore Paolo Rotondo, il cassiere Benedetto Maglione, il segretario Pasquale De Criscito. Prese parte alle commissioni artistiche per le esposizioni della Promotrice ancora nel 1873, nel '74, nel '75, nel '76 e nel 1880. Alla mostra del 1873, la decima Promotrice, presentò i lavori fuori premiazione Nel burrone, Dopo la pioggia, Il pioppo e il fico, la veduta del Quisisana (Castellammare), (in cat. p. 11 num. 154, p. 13 num. 191, 192, 194), mentre il suo quadro La voce nel deserto era riprodotto in una fotografia di Luigi Guida presentata nella stessa esposizione (in cat. p. 15 num. 242). L'anno seguente (1874) era in mostra con diverse opere: In agosto, che sorteggiata dalla Società toccò al pittore Filippo De Falco, La piccola vendemmiatrice, che il pittore riproporrà alla Promotrice del 1880, Un oleandro, Nel mio giardino, l'acquerello Tra Vico e Sorrento, il disegno a penna Verso sera, ancora due acquerelli, A Posillipo e A Castellammare, due disegni a penna Lungo il Calore e Nel parco, l'acquerello Il piccolo lago e l'ultimo disegno a penna Pioppi e canne (in cat. p. 5 num. 6, p. 6 num. 36, p. 10 num. 123, p. 11 num. 166, p. 15 num. 258, 259, 260, 261, p. 16 num. 267, 268, 282, p. 17 num. 285). Alla Promotrice del 1880 espose, oltre a La piccola vendemmiatrice, il dipinto Le sorelle, inseribile nella scia del naturalismo palizziano (Napoli, Amministrazione Provinciale), Le Sirene (tra Vico e Sorrento), Le pecorelle, Le perle dei campi e Il lago (in cat. p. 6 num. 37, 36, p. 13 num. 244, p. 14 num. 252, p. 11, num. 190, p. 12 num. 207). Nella mostra del 1881, quando il pittore era ormai scomparso, furono esposti due suoi lavori: Il lago d'Averno e Da Posillipo (Napoli, Amministrazione Provinciale, acquisto), (in cat. p. 11 num. 152, p. 13, num. 203). Nello stesso anno due sue opere furono presentate anche alla mostra Nazionale di Milano del 1881, Crepuscolo-Paese e un Paesaggio (in cat. p. 93 num. 17, p. 124 num. 83). In sede espositiva nazionale aveva partecipato all'esposizione di Parma del 1870 guadagnando un ottimo successo, oltre a una medaglia d'oro e un premio, con La veduta di Napoli da Posillipo, Paesaggio ad olio, Il lago nella montagna, La voce che esclama nel deserto (in cat. p. 38 num. 668, p. 40 num. 695, p. 53 num. 837). Alla Nazionale di Napoli del 1877 partecipò con un solo dipinto Nella vallata (in cat. p. 39 num. 507), che però non trovò riscontro presso il critico Netti. Nel 1870 aveva sostituito Duclère nel ruolo di professore aggiunto nella Scuola di Paesaggio dell'Accademia di Belle Arti. In occasione del concorso, nel 1869, Vertunni espresse un giudizio negativo sul Carrillo, mettendo in evidenza che egli non era favorevole al conferimento della carica al pittore dal momento che "egli mancava di energia nell'esprimere il vero e di plastica nel renderlo nella sua schiettezza" (C. Lorenzetti 1952, p. 243).

 

 

Gennaro Guglielmi (Napoli 1804-1887)

Proveniente dal R. Istituto di Belle Arti di Napoli e in particolar modo dagl'insegnamenti di Giacomo Berger, Guglielmi s'interessï soprattutto alla natura morta, appuntando la propria attenzione sulla produzione napoletana secentesca dello stesso genere, con diversi cedimenti alle tecniche fiamminghe. Per questo aspetto fu vicino al pittore Salvatore Giusti, di cui fu anche assistente. Nel 1843 fece il suo esordio in campo espositivo alla mostra organizzata nei locali del Real Museo Borbonico di Napoli, con due opere di piccole dimensioni, Sportella con diversi pesci e Sportella con frutti di mare e catino ripieno di acqua, e due dipinti di Caccia (in cat.: nell'ordine num. 348-351, p. 44). Da questo momento fu un frequentatore assiduo delle Biennali proponendo sempre nature morte d'impianto secentesco. Nella mostra borbonica del 1855 espose Polli diversi, Varie frutta, Altre frutte, Cacciagione, Altra cacciagione (Cat. num. 5-9, p. 31). Sul primo dipinto si soffermò Bozzelli, in una critica dell'esposizione edita nel 1856, intitolandolo Pollaio di una casa rurale. Guglielmi fu presente anche all'ultima esposizione borbonica, quella del '59. Già la Lorenzetti metteva in evidenza che Guglielmi fu "il più noto pittore napoletano di natura morta e di scene rustiche e pastorali del periodo accademico" (C. Lorenzetti 1952, p. 232) e può essere collocato in un filone realistico, contemporaneo al rinnovamento palizziano, all'interno di una volontà di recupero di stilemi tradizionali secenteschi. La sua attività espositiva continuò anche dopo l'Unità quando ebbe l'occasione di esporre nelle mostre della Società Promotrice. Nella prima (1862) presentò cinque dipinti raffiguranti diverse Cacciagioni (in cat. nell'ordine num. 105, 106, p. 12, num. 13, 14, 16, p. 23, ), un quadro Colombi e uno con Frutta (in cat. num. 33, 35, p. 25). Nel 1863 espose La tavola, Le ostriche (in cat. num. 55-56, p. 6); nel 1864 du dipinti con e Cacciagione e frutta (in cat. num. 62, p. 7, num. 79 p. 8) e due con Frutta e pesci (in cat. num. 80, p. 8, num. 127 p. 12); nel 1866 partecipò con Fiori (in cat. num. 6, p. 3), nel 1870 con Cacciagione frutta e fiori, Chioccia con pulcini e gallo, Cacciagione e frutta, Cacciagione (in cat. p. 5 num. 6, 7, p. 8 num. 32, p. 9 num. 39). Fu ancora nelle mostre del 1871 con Pesci (in cat. p. 5 num. 1); nel 1881 con Piatto con funghi e bicchiere con fiori, Pesci, Vaso con fiori, Bottiglia con fiori (in cat. p.4, num. 5, 8, 30, 36); nel 1883 con Il ladro domestico, Pesci, Vari pesci, Frutta, A Posillipo, Un boccone prelibato (in cat. nell'ordine p. 7, num. 11, 13, p. 8 num. 31, p. 9 num. 43, p. 13, num. 129, p. 14, num. 161). In campo nazionale, alla Mostra di Napoli del 1877 presentò quattro opere Pesci, Frutta, Animali, frutta, fiori, verdura, Caccia e frutta (in cat. nell'ordine p. 51 num. 660, 661, p. 59 num. 778, p. 65 num. 903).

 

 

Giovanni Girosi (Napoli 1818 - 1892)

Insegnò nell'ex Collegio di Marina di Livorno e fu padre del pittore Alfredo. Durante l'alunnato all'Istituto di Belle Arti della città partenopea espose spesso alle mostre borboniche esordendo con un disegno raffigurante un Fauno, sicuramente una delle esercitazioni previste dalla Scuola elementare di disegno per gli artieri (in cat. p. 54, num. 421). Negli anni Quaranta trattò sia il genere sacro sia la pittura mitologica, seguendo le tendenze dell'Accademia: esempi sono La flagellazione di Cristo, Marsia e Apollo, la Deposizione dalla Croce. Nel 1855, come professore onorario dell'Istituto di Belle Arti di Napoli. Alla mostra della società Promotrice della stessa città, nel 1883, erano visibili le due opere Ritratti di una famiglia e Piazzetta dell'ex Collegio di Marina in Napoli con gli aspiranti che fanno esercizi pratici (in cat. p. 9 num. 52, p. 14 num. 154). Quest'ultima si va a coniugare con altri dipinti del genere, tra cui il Ritratto del brigadiere a mezzo busto in uniforme e quello di Un ufficiale di Marina, degli anni Cinquanta; realizzazioni tutte mutuate dalla sua personale esperienza fatta nel Collegio di Marina di Livorno.

 

 

Domenico Ammirato (Napoli 1833)

Allievo di Gabriele Smargiassi, seguì anche l'insegnamento di Pitloo, sebbene, come rileva la Lorenzetti, meno fruttuosamente di altri. Apprezzato dal Conte d'Aquila, si stabili presso la sua corte per insegnare disegno ai figli. Nel 1848, all'epoca dell'alunnato presso l'Istituto di Belle Arti di Napoli, si presentò per la prima volta all'esposizione borbonica con il dipinto Posillipo e Mergellina dalla via Crucis di S. Maria in Portico (in cat. p. 56, num. 371) e continuò a parteciparvi come allievo di Smargiassi. Nel 1851 era presente con tutta la classe di paesaggio, tra cui emergevano A. Solari, Giuseppe Amicone, Giuseppe Castiglione; in questa occasione Ammirato espose una Veduta di Napoli da Capodimonte al tramonto del sole (in cat. p. 58, num. 403) e Castiglione La così detta Vaccheria nel boschetto di capodimonte (pubblicato in Greco - Picone - Valente 1993). Partecipò anche all'ultima Biennale borbonica (1859), quando frequentava ancora l'Istituto napoletano come alunno. Nel 1862, alla prima mostra della società Promotrice di Belle Arti di Napoli, espose la Veduta del Tempio di Venere a Baia, probabilmente lo stesso dipinto già presentato nella mostra borbonica del 1859, insieme con un altro Paesaggio-Tramonto di sole (in cat. p. 14, num. 122, p. 15, num. 132. Continuï a esporre nelle mostre della Promotrice napoletana: in quella del 1863 una Veduta del Chiatamone dalla Villa Nazionale, in quella del '64 due opere Napoli dall'altura di Sant'Antonio a Posillipo e un Paesaggio, nel '66 un Paesaggio visto dal corso Vittorio Emanuele e nel 1867-'68 una Una terrazza nelle vicinanze di Napoli (in cat. p. 18, num. 99, toccò in sorte a Vincislao Auverny). La sua presenza in Promotrice si registra ancora nel 1869 con Golfo di Baia da Pozzuoli (in cat. p. 7, num. 12), nel 1870 con Marechiaro (in cat. p. 6 num. 10), che sorteggiato toccò a Orazio Dentice, nel '71 con due studi dal vero Napoli da Villanova e Veduta del Paradisiello (rispettivamente in cat. p. 6, num. 11 e p. 21, num. 142). Nel 1873 con quattro opere, Sul lido di mare, uno studio di Una barca, Napoli da Chiaia in riva al mare, Studio di una barca a Mergellina (nell'ordine in cat. p. 5, num. 9, p. 11, num. 134, p. 14, num. 216, 219). Alla Promotrice del 1874 presentava Da Frisio, Da Chiaia sul lido di mare, Barche in riva al mare e Palazzo della Regina Giovanna a Posillipo (in cat. p. 6, num. 22, p. 7, num. 54, p. 9, num. 104, p. 14, num. 234). A quella del 1876 espose Capo di Sorrento, Una sera da Frisio, Marina Piccola di Sorrento (in cat. p. 11, num. 177, p. 12, num. 196, p. 13, num. 230); a quella del 1881 Da Sorrento in riva al mare, Sul lido di mare (in cat. p. 7, num. 57, 61). Alla Promotrice del 1891 era in mostra la sua tela Ruderi a Posillipo (in cat. p. 22 num. 320).

 

 

Giovanni Salomone (Napoli 1806 - 1877)

Il 7 ottobre 1850 fu indetto il concorso per la successione della cattedra tenuta da Costanzo Angelini all'Istituto di Belle Arti di Napoli alla quale si dette grande risonanza. Vi concorsero Giovanni Salomone, Francesco Citarelli, Gaetano Forte, Gennaro Maldarelli, Giuseppe Mancinelli, Michele De Napoli, Raffaele Postiglione, Gennaro Ruo. Il tema prescelto fu Giacobbe moribondo benedice ad uno ad uno i suoi figliuoli e predice ad essi cose future. Il concorso fu vinto da Giuseppe Mancinelli che chiamò nel 1855 prima Raffaele Postiglione, poi Salomone come collaboratori. Alla fine degli anni Sessanta Salomone insegnava disegno elementare nelle scuole elementari dell'Accademia. Ha eseguito varie storie dei Santi Crispino e Crispiniano per la chiesa omonima di Napoli, fondata da una corporazione di calzolai. Le opere consistono in due dipinti raffiguranti I Santi Crispino e Crispiniano nella calzoleria meditano le cose celesti, e I Santi Crispino e Crispiniano menati innanzi al Preside (rispettivamente il secondo e il terzo dipinto da sinistra di chi guarda, tra la volta e il cornicione, insieme con altre opere che raffigurano le gesta dei Santi titolari della Chiesa. Partecipò spesso alle mostre del Real Museo Borbonico di Napoli anche quando era ancora alunno dell'Istituto di Belle Arti.

 

 

Bianca dei Conti di Anguissola (attiva tra la fine del XVIII e l'inizio del XIX)

Oltre a essere pittrice fu anche raffinata miniaturista, come testimonia la miniatura che ritrae Paolina Borghese, della collezione F. Ward Usher. Lavorò alla corte di Napoleone I. Partecipò a qualche mostra del real Museo Borbonico di Napoli dove espose sempre miniature diverse.

 

 

Achille Solari (Napoli 1835)

Nato il 9 ottobre (De Gubernatis 1899) a Napoli, frequentò il R. Istituto di Belle Arti della stessa città e ottenne per meriti un sussidio dalla Provincia di Terra di Lavoro. Fu pittore di paesaggi, di marine, sia a olio sia ad acquerello. Fece il suo esordio in campo espositivo nel 1841, con due dipinti, una Veduta d'Ischia e un Paesaggio, che presentï alla esposizione del Real Museo Borbonico di quell'anno (in cat. p. 60 num. 12, 13). Da quell'anno la sua presenza nelle Biennali Borboniche è spesso documentata. Solari proseguì la sua attività espositiva nelle mostre realizzate dalla Società Promotrice di Belle Arti di Napoli, a partire dall'indomani dell'Unità d'Italia: nella prima esposizione (1862) propose un Paesaggio-Sorrento (in cat. p. 15 num. 131); nella seconda del '63 una Veduta di Capri e una di Grangnano (in cat. p. 5 num. 48, p. 10 num. 108); nella V Promotrice presentò Studio in Sorrento (in cat. p. 10 num. 44), che sorteggiata dalla Società toccò a Francesco Bighencomer. Partecipò poi alla sesta (1869) con Marina Piccola di Sorrento e Veduta d'Ischia (in cat. p. 17 num. 90bis, p. 19 num. 104bis). Il Comune di Napoli possiede un Paesaggio illustrato nel catalogo Bolaffi (1975 a p. 347), collocabile tra la maniera di Giacinto Gigante giovane e quella di Smargiassi. I dizionari menzionano un bel quadro raffigurante Una veduta di Santa Lucia a Napoli e concordano nel riportare la notizia di un dipinto, Paesaggio, che riscosse un buon successo di critica alla Mostra di Torino del 1884, anche se di questo non si rileva traccia nel catalogo. Espose anche a Londra, ma la critica novecentesca non cita in quale occasione.

 

 

Vincenzo Petrocelli (Cervaro (Frosinone) 1823 - Napoli 1896)

Fu battezzato con i nomi di Vincenzo Pasquale Angelo. Petrocelli vinse nel 1859, insieme con Morelli, il concorso bandito dal re Ferdinando per la commissione di un quadro da porre nella chiesa di San Francesco in Gaese. Tra le sue opere sono degne di nota Il corpo di Carlo il Temerario, I congiurati che attendono il Duca di Guisa, I borbonici nel monastero delle Carmelitane in Catania, Il consiglio dei Tre, Marin Faliero (acquistato dalla Casa Reale). Espose spesso alle mostre borboniche facendo il suo esordio nel 1839 quando era ancora alunno del R. Istituto di Belle Arti di Napoli. Alla mostra borbonica del 1848 presentò due dipinti già nel clima letterario morelliano: Morte di Galeazzo Sforza e Isabella di Firenze, entrambi descritti nel catalogo (p. 41 num. 226, 227), e Ginevra genuflessa nella cappella di S. Orsola in Barletta prega pel suo Ettore Fieramosca (in cat. p. 41 num. 224).D'accordo con l'indirizzo abbracciato da Celentano e da Morelli, si provò anch'egli con un quadro raffigurante Una famiglia di neofiti sorpresa dalle guardie pretoriane (1851). Alla prima mostra della Promotrice napoletana espose Il conte Leicester e la sua vittima (in cat. p. 14 num. 124), a quella del '64 un brano da I miserabili di Victor Hugo, Jean Valjean (in cat. p. 10 num. 97). Partecipò ancora alle Promotrici del 1866 con La lettura delle denunzie a Venezia (in cat. p. 9 num. 54), del 1873 con La primavera, Il chilo, Prima della predica (in cat. p. 8 num. 70, 82, p. 11 num. 151), del 1874 con I speranzuoli, Ai vesepri (in cat. p. 10 num. 143, p. 11 num. 168), del '75 con Ballerina orientale (in cat. p. 8 num. 68), del '76 con Amore allo studio (in cat. p. 6 num. 33), del 1886 con Le mie avventure (in cat. p. 42 num. 68). Infine alla Promotrice del 1893 espose "Buona notte" (in cat. 11 num. 89), mentre a quella del 1896, dopo la sua scomparsa, erano presenti L'assetato e un Bozzetto (in cat. p. 14 num. 65, p. 17 num. 116). Alla Mostra Nazionale di Napoli del 1877 espose La favorita del sultano (in cat. p. 53 num. 694), allora di proprietà di Benedetto Maglione, rientrando in tal modo nel genere orientalista, uno dei filoni dominanti della mostra. Petrocelli era il padre dei due pittori Achille e Arturo.

 

 

Michele Foggia (attivo a Napoli nella prima metà del sec. XIX)

Dopo aver frequentato il R. Istituto di Belle Arti di Napoli da alunno, ne divenne professore mantenendone la carica fino al 1851. Partecipò a qualche Biennale borbonica dal 1826 al 1851. Michele De Napoli (Terlizzi/BA 1808 - 1892) Dopo la laurea in giurisprudenza conseguita nel 1833 iniziò a frequentare il R. Istituto di Belle Arti di Napoli con Costanzo Angelini. Fu presente spesso alle mostre borboniche. Stabilitosi a Roma dopo aver vinto il Pensionato, mandò alla mostra borbonica del 1841 il dipinto Prometeo anima la sua statua (in cat. p. 32 num. 276, segue ampia descrizione), che riscosse ampio credito. Nel 1848 fu nella commissione per la riforma del R. Istituto di Belle Arti di Napoli, presieduta da Carlo Troya, insieme con Nicola Sessa, Giuseppe De Simone, Pietro Valente, Tommaso Arnaud, Michele Ruggiero, Giacinto Gigante, Saverio Altamura, Nicola Mazza, e per l'occasione scrisse le Considerazioni intorno alle Istituzioni artistiche napoletane. Nel 1851 anche De Napoli partecipò al concorso per l'insegnamento lasciato da C. Angelini, ma fu escluso. All'indomani dell'Unità d'Italia, De Napoli fu in una commissione composta da Michele Baldacchini, Fausto Niccolini, Saverio Altamura, Tommaso Solari, Luigi Celentano, Michele De Ruggiero, preposta all'attuazione di un programma di rinnovamento dell'Istituto di Belle Arti che condusse a un nuovo ordinamento conseguito nel 1861. Il Real Istituto di Belle Arti veniva affiliato alla Pubblica Istruzione. De Napoli fu anche in una commissione di rinnovamento del Pensionato nelle province napoletane, definito nel 1863. Fu decoratore di sipari per vari teatri. Tra questi ricordiamo quello del Teatro Fondo di Napoli (distrutto), quello per il Teatro Piccinni di Bari del 1854. Fu impegnato politicamente e ricoprì anche cariche istituzionali, soprattutto a Terlizzi, suo paese d'origine, dove lasciò molte opere alla pinacoteca ubicata nel palazzo della sua famiglia.

 

 

Luigi Postiglione (Napoli 1812 - 1881)

Fratello di Raffaele, proveniente da una famiglia bisognosa, alloggiò all'Albergo dei Poveri di Napoli, ma riuscì poi a frequentare il R. Istituto di Belle Arti e nel 1845 si presentò, da alunno, alla mostra del Real Museo Borbonico dove espose quattro disegni. Continuò poi a esporre regolarmente in questa sede. La sua attività espositiva terminò con la partecipazione alla prima mostra della Società Promotrice di Belle Arti di Napoli dove presentò La Vergine col Bambino e San Pietro (in cat. p. 1 num. 3, p. 21 num. 200).

 

 

Raffaele Postiglione (Napoli 1818 - 1897)

Anche Raffaele s'iscrisse all'Istituto di Belle Arti di Napoli dove frequentò i corsi di Costanzo Angelini. Nel 1851 concorreva per la cattedra lasciata dal maestro, vinta da Giuseppe Mancinelli che però lo chiamava come collaboratore insieme con Giovanni Salomone. Negli anni Sessanta fu nella Scuola di Disegno di Figura dell'Accademia insieme con Federico Maldarelli, Gabriele Morelli e Antonio Licata. Nel 1837 esordiva nella mostra borbonica dove continuò a esporre fino al 1859. Dopo l'Unità partecipò a qualche esposizione della Società Promotrice di Napoli. Nella prima del 1862 presentò La Madonna col Bambino (la stessa tela esposta nella Biennale del 1859 ?) e La morte di Lucrezia (in cat. p. 7 num. 56, p. 25 num. 32). Alla Promotrice del 1880 inviò Il contratto di Giacobbe con Labano, una Madonna con bambino e un ritratto di Fioraia (in cat. p. 6 num. 39, p. 10 num. 149, p. 12 num. 209).

 

 

Tommaso Aloisio Juvara (Messina 1809 - Roma 1875)

Il 10 agosto 1846 con Decreto Reale s'istituiva al R. Istituto di Belle Arti di Napoli una Scuola di metodi diversi d'Intaglio in acciaio e in legno, già sperimenati in Francia e in Inghilterra. Fu chiamato a occupare la cattedra della nuova scuola, separata da quella tradizionale in rame, Tommaso Aloisio Juvara, già professore d'Intaglio in rame dell'Università di Messina. Nel 1850, dopo vari viaggi in Inghilterra per apprendere le nuove tecniche, Juvara divise l'insegnamento d'Incisione di figura in rame con Francesco Pisante. Occupò anche la cattedra di Scenografia nella stessa Accademia. Juvara fu spesso presente nelle mostre del Real Museo Borbonico a cominciare da quella del 1841. Alla mostra borbonica del 1851, quando all'Istituto di Belle Arti era professore d'incisione in rame e in acciaio, espose due incisioni in rame, Il ritratto di S.S. Pio IX assiso e Ritratto virile a mezza figura in uniforme ministeriale, un acquerello colorato, Ritrtato di S.A.R.D. Sebastiano in uniforme militare, un pastello Ritrtato di Rembrandt (in cat. p. 28 num. 154, 156, 155, 157). Nella stessa mostra presentò i suoi allievi della scuola in rame e in acciaio ai quali fu dedicata una sezione particolare sia dell'esposizione sia del catalogo. L'esposizione dei saggi della scuola diretta da Juvara continuò anche nella mostra del 1855 dove lo stesso artista presentò un disegno da un'opera di Raffaello della Reggia di Napoli. L'intestazione della scuola diretta da Juvara, nel '55 era Scuola d'incisione in rame, in acciaio e co' nuovi metodi e si distingueva dalla Scuola d'Incisione in rame e nei generi diversi diretta da Pisante. Dalla scuola di Juvara uscirono, tra gli latri, Luigi Tramontano e Saro Cucinotta. Fece parte del giurì artistico della quinta mostra della napoletana Società Promotrice di Belle Arti insieme con Filippo Palizzi (presidente), Morelli (vice), Stanislao Lista, Biagio Molinaro, Nicola Parisi e Luigi Pagano (segretario).

 

 

Pasquale Mattej (Formia/LT 1813 - Napoli 1879)

Figlio del barone Giovan Simone, amico del re Ferdinando I, si iscrisse al collegio del Salvatore a Napoli, grazie a un sussidio che gli fu stanziato dal re. Frequentò anche il R. Istituto di Belle Arti, prima sotto la guida di Gennaro Maldarelli e poi sotto quella di Pitloo. Nel 1846 realizzò un importante studio di Monili e costumi femminili di Castellone (la vecchia Formia) e Mola di Gaeta composto di disegni acquerellati raccolti in un album (oggi Roma, Biblioteca Vallicelliana). Tra il 1855 e il '57 pubblicò sul “Poliorama Pittoresco”, rivista alla quale collaborava almeno dal 1837, L'arcipelago ponziano con vedute specialmente di Ponza e di Ventotene, abilmente schizzate in un suo viaggio precedente nelle isole. In questa sua attività è da segnalare anche la realizzazione di caricature per il giornale di satira politica “L'Arlecchino”, che aveva fondato egli stesso. Realizzò varie vedute degli angoli cittadini con protagonista la maschera di Pulcinella, tra cui qualcuna è passata con la firma di Gigante (Pulcinella maschera del mondo, a cura di F.C. Greco, Napoli 1990). Fu spesso presente alle mostre borboniche di Napoli. Nel 1860 rientrò in Gaeta occupandosi esclusivamente di calcografia. Qui realizzò la pianta del distretto di Gaeta, mentre più tardi iniziò a dedicarsi agli studi epigrafici. Dal 1877 lavorò ad una Grammatica del dialetto napoletano. Recentemente è sul mercato antiquariale napoletano un bel dipinto di Mattej, raffigurante un pescatore napoletano in atteggiamento sognante, dall'atmosfera romantica ottenuta anche grazie all'uso delle tonalità cromatiche tendenti al rosso.

 

 

Francesco Fergola (di Salvatore) (documentato dal 1838 al 1883)

Figlio di Salvatore, è stato spesso confuso con lo zio omonimo, fratello del padre. Frequentò l'Istituto di Belle Arti di Napoli dal 1838, mentre a partire dall'anno seguente partecipò a qualche esposizione realizzata nel Museo Borbonico della stessa città, dove ebbe modo di guadagnare varie medaglie. Sposata la figlia di Giacinto Gigante, Lauretta, si lasciò influenzare dalla produzione del suocero. L'eredità del nuovo paesaggismo gigantiano si andò poi a coniugare con le teorie del naturalismo di Palizzi, che anche Fergola abbracciò, soprattutto nelle opere presentate alle mostre della Società Promotrice di Belle Arti di Napoli. Alla prima di queste nel 1862 espose un acquerello Paesaggio-Il Castello di Baia (in cat. p. 17 num. 148); nella successiva presentava una Marina di Santa Lucia e l'acquerello Napoli dal mare (in cat. p. 19 num. 196, p. 20 num. 296). Partecipò poi alla Promotrice del 1881 con Veduta del Capo di Sorrento (in cat. p. 11 num. 168) e a quella del 1883 con Santa Maria di Portosalvo (in cat. p. 16 num. 186). Realizzato con il microsegno della penna è un acquerello, ancora inedito, datato 1851 raffigurante una veduta con un ponte di una zona della costa amalfitana (Napoli, coll. privata). Alla Mostra Nazionale di Napoli del 1877 propose Un chiaro di luna presso Capri e uno Studio-Nel bosco di Caserta (in cat. p. 74 num. 1003, p. 73 num. 997).

 

 

Luigi Fergola (Napoli 1770 ca. - attivo nella prima metà del sec. XIX)

Padre di Salvatore e Francesco, raggiunse la sua maturità pittorica già nella metà del primo decennio dell'Ottocento, testimoniata dal Recueil des vues les plus agrìables de Naples, una raccolta di incisioni di Vincenzo Aloja tradotte dai suoi dipinti. Mantenne un impiego nell'ufficio di Stato di Topografia e ottenne la protezione della regina Maria Carolina. Nella sua pittura è evidente una impostazione del paesaggio secondo lo schema orizzontale di matrice hackertiana che sarà ereditato da entrambi i figli. Tra le sue opere sono degne di menzione la Festa in san Leucio (Caserta, Palazzo Reale), il Paesaggio della napoletana Società di Storia Patria, un gruppo di disegni acquerellati della stessa proprietà, la cui attribuzione è stata avanzata da M. Causa, e vari disegni custoditi nel Museo di San Martino di Napoli.

 

 

Salvatore Fergola (Napoli 1799 - 1874)

Sperimentò la pittura seguendo le orme del padre Luigi sia negli schemi, sia nella scelta della gamma cromatica. L'impianto compositivo hackertiano e i colori acquosi fecero di lui uno degli artisti maggiormente amati dalla corte. Sue opere furono acquistate da Francesco di Borbone, duca di Calabria, prima dell'incoronazione e dalla figlia Maria Cristina. Con i dipinti L'arrivo nella rada di Napoli delle LL. MM. Sarde e Lo sbarco delle LL. MM. Sarde alla Deputazione di Salute, Fergola celebrò l'incontro di Francesco I con Carlo Felice re di Sardegna. Nel 1827 fu insignito dal R. Istituto di Belle Arti di Napoli, per ordine del re, del titolo di professore onorario; due anni dopo seguiva in Spagna i reali per le nozze di Maria Cristina e Ferdinando VII. Fu per lui l'inizio di un viaggio che si prolungò per le cittadine francesi e che gli fornì molti spunti per i dipinti che al suo ritorno a Napoli presentò in varie esposizioni borboniche. Nel 1838 non riuscì a superare Gabriele Smargiassi che vinse l'ambita cattedra di paesaggio all'Accademia. Fu cronista del proprio tempo traducendo in veri capolavori d'arte avvenimenti contemporanei. Nel 1843 diede inizio a un vero e proprio filone con il quadro Naufragio con quattro marinari che prendeva spunto da un fatto accaduto. A questa tendenza approdarono molti artisti dell'epoca tra cui Gaetano Caracciolo. Qualche cedimento alla tematica sacra si constata con dipinti come San Francesco in orazione nel bosco che Fergola presentava anche alla Nazionale di Firenze del 1861, dopo averlo già esposto alla mostra borbonica del 1855. Dopo l'Unità italiana si propose in un paio di Promotrici: nel 1862, alla prima, con due tele raffiguranti un unico soggetto, una Marina in tempesta (in cat. p. 12 num. 100, 101) e il dipinto Un naufragio (in cat. p. 23 num. 10). Dopo la sua morte erano in esposizione alla Mostra Nazionale di Napoli del 1877 L'appressarsi di una bufera nel canale di Procida allora siglato in catalogo come di proprietà del figlio Francesco, una Tempesta nel golfo di Napoli con naufragio (indicato in catalogo come di proprietà di Mariano Fergola).

 

 

Giacinto Gigante (Napoli 1806 - 1876)

Figlio del pittore Gaetano, apprese i primi rudimenti dagl'insegnamenti del padre. Si colloca intorno al 1818 il primo dipinto a olio, Vecchio pescatore seduto. Fu iniziato alla pratica incisoria e alla tecnica calcografica nel Real Ufficio Topografico dove fu impiegato dal padre. Quell'esperienza fu per lui di fondamentale importanza: conobbe Vianelli, Raffaele Carelli; riuscì anche a frequentare lo studio di Huber, dove venne a conoscenza dell'impiego della camera ottica. Ma il momento più importante per la sua arte fu la conoscenza di Pitloo, tra il 1822 e il '23, che dal 1824 deteneva la cattedra di paesaggio presso l'Accademia di Belle Arti. Nel 1826 partecipava alla prima Biennale Borbonica mostrando già di muoversi liberamente nella linea segnata dal paesaggismo di Pitloo, ma mutuando da questi soprattutto il concetto stesso di libertà di espressione da parte dell'artista. Nello stesso anno fu vicino all'acquerellista tedesco Wolfensberger che teneva studio a Roma. E' stato possibile ricostruire la carriera di Gigante grazie ai suoi innumerevoli appunti che l'artista apponeva ai disegni e agli schizzi. Nel 1827 s'iscrisse all'Istituto di Belle Arti riscuotendo subito il primo premio nella classe di pittura. Fedele comunque, almeno fino al 1830, all'idea compositiva del paesaggio di Huber si apre al vedutismo dei vari pittori russi che affollavano, già dalla metà della prima decade del secolo, le coste dei dintorni di Napoli. tramite Scedrin fu messo in contatto con la corte russa e per gli Zar eseguì varie opere tra cui una serie di vedute-ricordo dei luoghi più belli di Napoli e del meridione. Una di queste, ancora inedita, una Veduta del Tempio di Venere a Baia, realizzata ad acquerello con la didascalia in francese, è stata recentemente rinvenuta in una collezione privata napoletana (proveniente dalla raccolta Portolano di Napoli). Dopo varie vicissitudini seguite ai moti del '48, tra cui anche una fuga a Sorrento, Gigante, tornato nella capitale, restò al fianco della famiglia reale. Tra il 1855 e il '62 eseguì il ciclo di studi di Pompei, ma soprattutto iniziò a dedicarsi alla ripresa di interni utilizzando sempre la tecnica dell' acquerello una tecnica di grande immediatezza che, tuttavia, non consente ripensamenti. Le atmosfere soffuse delle chiese napoletane appena rischiarate dal sole vengono rese con grande efficacia dall'acquerello sempre però sulla base di un progetto preparatorio a matita. Il fascino della materia incorporea e leggera dell'acquerello in una accezione non troppo lontana da Turner - che può aver visto alla mostra di Roma del 1828 - è all'origine di acquerelli dalla resa totalmente cromatica e informe, come La piana di caserta o una Veduta di Capodimonte (importante acquerello ancora inedito, di coll. privata napoletana). Alla mostra Nazionale di Napoli del 1877, a un anno dalla morte, furono presentati due acquerelli: una Veduta di Napoli presa dallo Scudillo e l'Interno della cappella di Ser Gianni Caracciolo in San Giovanni a Carbonara, entrambi all'epoca di proprietà di Eloisa Vianelli (in cat. p. 71 num. 968, 970). Ancora in campo espositivo nazionale, alla mostra di Torino del 1880 si potevano ammirare una veduta di Sorrento, una di Amalfi e nuovamente l'Interno della cappella di Ser Gianni Caracciolo in San Giovanni a Carbonara (in cat. p. 113 num. 998-999 bis).

 

 

Giuseppe Bonolis (Teramo 1800 - Napoli 1851)

Prima di giungere a Napoli nel 1820, aveva studiato e insegnato calligrafia nel Real Collegio di Teramo. A partire dal '26 seguì i corsi di Joseph Franque al R. Istituto di Belle Arti di Napoli e dal 1830 incominciò a esporre alle mostre borboniche dove già dalla prima riscosse diversi premi e onorificenze. Ma, in polemica con le metodologie didattiche impartite dall'Accademia, Bonolis decise di fondare una scuola artistica indipendente e nel 1849 pubblicò un saggio intitolato D'un nuovo ordinamento intorno alle scuole di Belle Arti. I suoi insegnamenti furono seguiti da vari artisti fautori del realismo napoletano, tra cui lo stesso Filippo Palizzi. Ma Bonolis, ad eccezione soprattutto della sua ritrattistica, non attuò completamente nella propria produzione le lezioni che invece erano alla base del suo nuovo programma, fondato sulla libera espressione della individualità dell'artista. L'unico suo concetto accettato da Domenico Morelli fu che bisognava aderire al vero, tramite la copia costante della realtà, e raggiungere il reale anche nel colore e nei chiaroscuri degli incarnati. Una commissione importante fu quella del Ritratto della Regina Isabella di Borbone; il Palma ricorda che nel dipinto erano rappresentati anche il re Francesco sul trono, l'allegoria della Pace e delle Giustizia e la dea Minerva che conduceva le fanciulle del Collegio femminile di San Francesco delle Monache, la cui protezione era assunta dalla stessa regina (N. Palma 1835, pp. 177-178). Tra i ritratti, di resa elegante grazie anche alla cura per i particolari, sono da menzionare il Ritratto di gentildonna (Napoli, Museo di Capodimonte), quello della Moglie (Macerata, Pinacoteca Civica), i due intensi Autoritratti, realizzati in maniera speculare, ancora della Pinacoteca Civica di Macerata, mentre tra le composizioni di rilievo citiamo Adamo ed Eva piangono il morto Abele (Napoli, Museo di Capodimonte), l'Educazione di Bacco (Napoli, Palazzo Reale) e lo Sposalizio di Bacco e Arianna (Napoli, Museo di Capodimonte), in cui l'impianto accademizzante della composizione è alleggerito dalla preziosità della trattazione coloristica. Prima di morire stava esguendo per il re il dipinto Federico d'Aragona rifiuta la corona, brano storico mutuato dal testo di Camillo Porzio del 1565, La congiura dei Baroni. L'opera, che rimase incompiuta, fu esposta alla mostra borbonica del 1851.

 

 

Gabriele Smargiassi (Vasto d'Abruzzo/CH 1798 - Napoli 1882)

Trasferitosi a Napoli iniziò a frequentare la Scuola di figure di Giuseppe Cammarano. Dal '20 in poi frequentò lo studio di Pitloo, contemporaneamente a Raffaele Carelli, Giacinto Gigante e Achille Vianelli. Nel 1826 partecipava alla prima mostra del Real Museo Borbonico di Napoli alla quale inviò tre opere da Roma, dove si era stabilito, rimanendovi fino al 1828, grazie a un pensionato offertogli. Accanto alla duchessa di Saint Leu, tramite la quale aveva ottenuto il pensionato romano, si stabilì a Parigi divendendo pittore di corte e partecipando anche ai Salons des Beaux Arts che annualmente si oraganizzavano nella capitale francese. Pur stando all'estero, partecipava regolarmente anche alle Biennali Borboniche. Nel 1838 a Napoli assunse la cattedra di paesaggio, lasciata da Pitloo, all'Accademia di Belle Arti. Dall'Accademia si allontanava spesso - interrompendo l'insegnamento a cui suppliva Antonio Cammarano - per andare a dipingere dal vero nei dintorni di Caserta o nelle campagne abruzzesi. Oltre ai quadri di veduta e all'attenzione ai paesaggi naturali, si occupò anche delle composizioni storico-letterarie, legate maggiormente alla politica culturale dell'Accademia. In questa fase s'inseriscono tele come Angelica e Sacripante (Biennale Borbonica del 1845), La morte di Abele (Biennale Borbonica del 1848), Pinabello e Bradamante (del 1855, dall'Orlando Furioso; Napoli, Museo di Capodimonte), le opere per l'Appartamento Storico del Palazzo Reale di Napoli, Paesaggio con San Sebastiano e le pie donne, Paesaggio con San Francesco in preghiera. Con l'opera Buonconte da Montefeltro partecipò alla Nazionale di Firenze del 1861, dove fu acquistato dal Re d'Italia. Nel 1862, alla prima mostra della Società Promotrice di Belle Arti di Napoli, per la cui istituzione aveva partecipato con Morelli e Palizzi alla redazione dello statuto, espose due Paesaggi d'invenzione, Rimembranza di canneto e Rimembranza di Sora (in cat. p. 7, entrambi num. 60). Nel 1881 fu in una commissione di rinnovamento dell'Accademia napoletana con Marinelli, Solari, Caggiano per l'approvazione del programma didattico avanzato da Ignazio Perricci sulle formulazioni palizziane. Nel 1875 pubblicò Cenno storico sul paesaggio e sui paesisti napoletani, mentre sue riflessioni sull'Accademia sono leggibili in Rendiconti ed Atti della Reale Accademia di Archeologia, Lettere e Belle Arti (1863-1875).

 

 

Gonsalvo Carelli (Napoli 1818 - 1900)

Figlio del pittore Raffaele fece il suo esordio in campo espositivo alla mostra del Real Museo Borbonico del 1833 dove si aggiudicò una medaglia d'argento. Perfezionò la sua tecnica d'acquerellista con il pittore William Leighton Leicht e entro il 1835 si stabilì a Roma con il fratello Gabriele, dove venne in contatto con Bartolomeo Pinelli. I due svilupperanno di pari passo la tendenza alla descrizione narrativa realizzata con la velocità dell'acquerello o della penna. Da qui nascono le serie di costumi folcloristici, di paesaggi dei dintorni del napoletano e della campagna romana, le scene di costume con briganti. Espose ancora alle Biennali Borboniche, mentre nel 1842 e nel 1843, fu presente ai Salons di Parigi dove fu introdotto grazie alla protezione della regina Isabella di Borbone, sua estimatrice e collezionista. Il lancio nel campo artistico parigino gli valse la commissione di numerose e importanti opere per l'alta aristocrazia francese e per la stessa corte. Nel 1845 realizzï per lo zar di Russia due vedute, Napoli dai giardini reali di Portici e Napoli dai Camaldoli (San Pietroburgo, Ermitage). Di atteggiamenti politico-liberali, partecipò prima alle cinque giornate di Milano, quando strinse amicizia con D'Azeglio, poi alle imprese garibaldine che condussero all'Unità. Tra le commissioni di rilievo sono da segnalare l'album composto da 150 vedute del regno per Napoleone III, le illustrazioni per il volume di Alexandre Dumas padre, Viaggio da Napoli a Roma, e l'album di sedici disegni di scene brigantesche per Vittorio Emanuele II (Torino, Palazzo reale). Partecipò spesso alle mostre della napoletana Società Promotrice di Belle Arti: nel 1862 con Paesaggio-La valle di Rovereto sul Liri, Paesaggio-Una veduta di Sant'Elmo (in cat. p. 13 num. 117, p. 16 num. 139), nel '63 con Paesaggio-Bosco di Persano, Paesaggio-Bagno (in cat. p. 7 num. 67, p. 13 num. 13), nel '64 con due acquerelli, Rovine di Paestum dal bosco di Persano e Lago d'Agnano dalla Solfatara (in cat. p. 14 num. 144, 145), nel 1881 con Castello normanno nella sommità della città di Salerno guardando le montagne di Vietri ed Amalfi viste dal fiume Irno (in cat. p. 11 num. 164), nel 1883 con tre acquerelli, Veduta della città di Pozzuoli dall'entrata principale, Veduta del lago di Licola-Caccia reale-dal bosco di Cuma, Veduta nel golfo di Napoli (in cat. p. 7 num. 6, p. 13 num. 152, p. 16 num. 193). Alla Mostra Nazionale di Napoli del 1877 presentò ben sei vedute: Un uragano sopra la città di Roma, L'entrata dell'isola di Sora con la cascata del Fibreno e il castello del Duca di Piombino, La città di Roma col Vaticano e le montagne di Albano, vista da villa Mellini a Monte Mario, La valle di Rovereto negli Abruzzi e la strada nuova che conduce al Fucino, gli acquerelli Gli avanzi dei portici dell'Antica Scuola Salernitana medica presso Vietri, Il Belvedere della Zisa a Palermo, (in cat. p. 68 num. 935-937, p. 69 num. 945, p. 71 num. 967, p. 73 num. 991).

 

 

Gabriele Carelli (Napoli 1820 - Londra 1900)

Fu iniziato alla pittura dal padre Raffaele. Si specializzò nella veduta d'interni, giocati sugli effetti di luce soffusa. Nel 1841 alla Mostra borbonica guadagnò una medaglia d'argento di prima classe, mentre a quella del 1843 fu in lista per la medaglia piccola d'oro che ottenne solo alla mostra del 1845. In questo periodo gli fu commissionata da Kappen Craven una serie di vedute di sepolcri di Napoli, mentre nel 1847 fu a Chatsworth (Inghilterra) al seguito del committente del padre, il duca di Devonshire. All'esposizione borbonica del 1851, tra le altre opere presentate, mandò una veduta di Malta, dove aveva soggiornato: Interno della chiesa di San Giovanni. La sua maniera, vicinissima a quella di Giovanni Lanza e Giuseppe Castiglione, allievi di Samargiassi, si affida alla linearità del tratto e a intenti pittorici di alto valore tonale e cromatico, basati su gamme terrose e omogenee. Partecipò alla prima mostra della Società Promotrice di Napoli con il dipinto Interno-Coro di Santa Maria in Portico, l'acquerello Interno-Cripta della cattedrale di Salerno e la seppia Interno-La Cappella Sansevero in Napoli (in cat. p. 26 num. 47-49). Alla mostra del 1863 espose vari acquerelli, menzionati genericamente dal catalogo (p. 19 num. 191), oltre alla Cappella Medicea a Firenze (p. 20), al Cortile del Palazzo Vecchio a Firenze-Sala del Bargello (p. 19 num. 195) e a La Certosa di Pavia (p. 20 num. 203). Si trasferì a Londra nel 1866, dove rimase fino al 1892 e nel 1874 fu eletto all'interno del comitato della Royal Society. Molte sue opere, particolarmente apprezzate dall'ambiente londinese, sono al Victoria and Albert Museum. Attualmente è sul mercato napoletano un acquerello raffigurante l'Interno di Santa Croce a Firenze, in cui è possibile rilevare la stretta comunione d'intenti con la produzione dello stesso genere di Giuseppe Castiglione.

 

 

Raffaele Carelli (Monopoli 1795 - Napoli 1864)

Figlio di un modesto pittore, Settimio, e nipote di un allievo di Pompeo Batoni, giunse a Napoli nel 1815, dove subito entrò nella bottega di un noto falsificatore dell'epoca, il Ciappa. Qui iniziò a provarsi nella copia dei quadri antichi. Già Ortolani notava che s'inserì nella scia degli hackertiani con "qualche garbo vernetiano" (S. Ortolani 1970, p. 165). E' stato battezzato dalla critica come il padre della Scuola di Posillipo per aver realizzato soluzioni originali di sintesi tra la "macchia chiaroscurale, il vedutismo prospettico e la scenografia classica" (S. Ortolani 1970, p. 8). Sposò Rosa, una nipote della cantante e miniaturista Celeste Coltellini, moglie del barone Meuricoffre. Strinse legami anche con altre famiglie dell'aristocarzia e dell'alta borghesia napoletana ed ebbe, tra gli altri, il duca di terranova e il duca di Devonshire come suoi mecenati. Partecipò spesso alle mostre del Real Museo Borbonico di Napoli, segnalandosi sempre con successo. Tra il 1829 e il '31 fu tra gli illustratori del Viaggio pittorico del Regno delle due Sicilie, edito da Cuciniello e Bianchi. Il suo quadro Bambocciata rappresentante diversi conoscitori e negozianti di quadri antichi (Napoli, coll. privata), fu esposta alla mostra borbonica del 1835 insieme con altre opere e gli fece ottenere la piccola medaglia d'oro; entrò, poi, nella collezione Meuricoffre e fu tradotta in incisione (anche l'incisione è nella stessa coll. privata di Napoli).

 

 

Gennaro Ruo (Napoli 1812 - 1884)

Frequentò il R. Istituto di Belle Arti di Napoli e si specializzò a Roma tra il 1839 e il '42. Dal 1833 fu costantemente presente nelle esposizioni del Real Museo Borbonico di Napoli. Il quadro di proprietà del Palazzo della Prefettura di Napoli, Ulisse riconosociuto dal cane moribondo in presenza di Eumeo, esposto alla Biennale Borbonica del 1839, denuncia la sua maniera dal modellato plastico largo in stretta osservanza dei dettami accademici. La medesima tela gli permise l'anno precedente di vincere un pensionato a Roma, mentre una variante dello stesso tema è raffigurata nell'opera di proprietà dell'Accademia di Belle Arti di Napoli. Benché fosse conosciuto come pittore di opere a soggetto episodico-religioso, fu molto apprezzato come ritrattista. Tra i lavori di questo genere è rilevabile il Ritratto del Cavalier Donizetti (Napoli, Conservatorio di musica "San Pietro a Maiella"). Allentata la stretta osservanza alle teorie didattiche dell'Accademia, passò a insegnare alla Scuola Libera del Bonolis nel biennio 1848-'49. Fu tra i partecipanti al concorso per la successione alla cattedra di Costanzo Angelini, all'Accademia di Napoli, dal quale però fu escluso. Nel 1858 fu nominato professore onorario dell'Accademia nella scuola del Mancinelli dove fu preposto all'insegnamento del disegno. Partecipò alla prima Promotrice napoletana del 1862 con Una baccante e un Ritratto (in cat. p. 8 num. 61, p. 24 num. 25)

 

 

Vincenzo Morani (Polistena/RC 1809 - Roma 1870)

Figlio di Fortunato, decoratore e scultore, grazie a una pensione s'iscrisse al R. Istituto di Belle Arti di Napoli nel 1827, dove fu allievo di Costanzo Angelini e di Joseph Franque. Fu spesso presente nelle mostre borboniche. Nel 1830 accettò la commissione, ultimata due anni dopo, di affrescare l'antico refettorio benedettino della Badia di Cava de' Tirreni con La visita di Papa Urbano II. In quel soggiorno conobbe Walter Scott che frequentava la biblioteca manoscritta della Badia; ne eseguì un ritratto e una stampa litografica. Il dipinto La morte di Archimede (Napoli, Gallerie dell'Accademia) del 1834 gli valse il pensionato di Roma. Qui stabilì un suo studio e strinse rapporti con Tommaso Minardi e con il gruppo dei puristi romani. Fra i suoi lavori nella capitale sono da segnalare gli affreschi di argomento sacro con il Salvatore, il Padre eterno, gli Angeli musicanti etc. eseguiti nella cappella del palazzo del duca Marino di Torlonia, mentre per Alessandro di Torlonia realizzò la tela Apollo e Teti. Nel 1842 ricevette la commissione da Vincenzo Ruffo di Napoli per il quadro L'incoronazione di Ester (Ascoli Piceno, Pinacoteca Civica), mentre su ordinazione del re Ferdinando II realizzï una Crocifissione per la chiesa del Cimitero di Poggioreale. Si lasciò affascinare dalla tematica romantico-simbolica, poi abbracciata anche dalla schiera artisti morelliani. Raffinatissima è la sua versione del Tasso che legge la sua opera ad Eleonora d'Este della Biblioteca Nazionale di Napoli, in cui le forme sono ammorbidite dalle continue velature applicate sulla plastica delle figure. Nel 1862 partecipò alla mostra di Londra con Dante e Beatrice che incontrano Piccarda e la Regina Costanza e una Scena in costumi romani, ancora appartenenti a questo filone. Eseguì per il papa Pio IX un San Gregorio illuminatore e Leone Magno invia i suoi legati al Concilio di Calcedonia. Alla mostra d'Arte Cristiana di Roma del 1870 presentï le tele Riposo in Egitto e I discepoli di Gesù abbandonati in una barca dai Giudei e miracolosamente giunti salvi a Marsiglia, con la quale ottenne la medaglia d'oro. Tra le altre sue opere sacre è da menzionare una Sacra Famiglia del 1855 (Polistena/RC, coll. privata), ancora non vista e recuperata dal direttore della Biblioteca Comunale della stessa città, Giovanni Russo. Tra i ritratti evidenziamo quello del musicista Francesco Florimo (Napoli, Conservatorio di Musica "San Pietro a Maiella") e il Ritratto maschile, rimasto incompiuto, proveniente dalla collezione dello scultore ottocentesco Francesco Jerace (Almese/TO, coll. Giulio Jerace).

 

 

Tommaso De Vivo (Orta di Atella/CE 1790 - Napoli 1884)

Frequentò dapprima il R. Istituto di Belle Arti di Napoli; poi si stabilì a Roma dove studiò presso il Camuccini. Da Roma continuò a mantenere solidi rapporti con la città partenopea. Fece il suo ingresso in campo artistico ufficiale alla prima Esposizione Borbonica di Napoli del 1826. tre anni dopo dirigeva l'impresa dell'illustrazione de Il Vaticano descritto e illustrato di E. Pistolesi. Nel 1839 entrò a far parte della romana Accademia dei Virtuosi. A metà degli anni Trenta si collocano i disegni, custoditi dal Museo di Capodimonte di Napoli, eseguiti per le incisioni illustrative della Storia di Francia e della Storia del Regno delle Due Sicilie; probabilmente alla stessa data vanno ascritti anche quelli per l'illustrazione della Divina Commedia, commissionate dalla Real Casa. Nel 1847 fu a Napoli dove ottenne la carica di Ispettore generale delle Pinacoteche Reali. Del 1848 è l'opera Giotto e Cimabue (Caserta, Palazzo Reale), mentre dell'anno seguente sono lo Zingaretto alla presenza della Regina Giovanna e Lo studio di Salvator Rosa. Nel 1853 realizzò per il conte di Siracusa le tele di genere Due zampognari e un capretto e Asino cavalcato da due contadini. All'indomani dell'Unità d'Italia, eseguì un telone celebrativo con l'Italia e i suoi geni (Roma, Montecitorio). Allo stesso filone celebrativo partecipa il grande quadro col Trionfo d'America (Napoli, coll. privata), ancora inedito, con al centro il ritratto del presidente Lincoln. Alla mostra Nazionale di Napoli del 1877 espose Cronaca del convento di Sant'Arcangelo a Baiano accaduto nel 1577 che giunse in mostra come proprietà del principe di Fondi e la tela allegorica L'eloquenza (allora della raccolta Serra Caracciolo) (in cat. p. 69 num- 938, 949). Insegnò all'Istituto di Belle Arti di Napoli.